…il lato “horror” delle fiabe dei fratelli Grimm


Il nome dei fratelli Grimm non fa che presentarsi alla nostra mente, ogni volta che pensiamo alle nostre fiabe preferite. Ma c’è una cosa che sfugge a molti di noi: Cenerentola, Hansel e Gretel, Biancaneve, Raperonzolo, Cappuccetto Rosso… in origine non si facevano mancare scene spinte al limite dell’horror…

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Grandi e piccoli tutt’oggi continuano ad amare le fiabe, e stanno vivendo una nuova florida stagione grazie a serie tv come Once upon a time, che unisce personaggi provenienti dalle fiabe di tutto il mondo, o film per il grande schermo, non ultimo Cinderella, candidato anche al premio Oscar.

E quando si parla di fiabe, uno dei primi nomi che viene alla mente è quello dei fratelli Grimm, creatori di personaggi immortali come Biancaneve, Cenerentola, Hansel e Gretel, Raperonzolo, Cappuccetto Rosso e molti altri.

Ma siamo così sicuri di conoscere davvero le celebri fiabe dei fratelli Grimm?

Wilhelm e Jacob, figli di un avvocato tedesco e appassionati bibliofili, raccolsero le fiabe della loro tradizione, sino a quel momento tramandate solo oralmente, in alcuni volumi pubblicati tra il 1812 e il 1815. Il loro capolavoro rispecchiava in pieno le idee romantiche: la valorizzazione del patrimonio popolare, il misticismo e il misterioso, la ricerca dell’elemento genuino e primitivo.

È così che  i loro personaggi e le loro storie entrano nel nostro immaginario, ma con caratteristiche diverse da quelle che ci ricordiamo: le prime versioni delle fiabe, infatti, sono più truci e violente di quelle poi diffuse. Come ha ricordato anche Ernesto Ferrero in un articolo su La Stampa, la matrigna (che nella prima versione è la madre naturale) di Biancaneve, ad esempio, gelosa della bellezza della bambina già a sette anni, chiede al cacciatore di portarle “polmoni e fegato: se li sarebbe cucinati di gusto con sale e pepe”; la madre di Hansel e Gretel cerca di mandare i figli nel fitto del bosco così da avere meno bocche da sfamare; e le sorellastre di Cenerentolaarrivano ad amputarsi le dita e i calcagni dei piedi pur di entrare nella scarpetta (in oro nella versione originale e non di cristallo come nella versione di Charles Perrault).

E ancora: la bella Raperonzolo, prigioniera nella torre, cala le trecce per far salire il suo affascinante principe e «i due se la spassarono per un bel po’», finché Raperonzolo non vede i propri vestiti farsi più corti e più stretti e capisce di essere incinta. Scoperta dalla matrigna, viene cacciata nel deserto dove darà alla luce due gemelli. Sempre riguardo alla versione di Biancaneve del 1812: la principessa non viene romanticamente svegliata dal bacio del principe. L’innamorato, infatti, si fa consegnare la bara di cristallo dai sette nani e la fa trasportare nel proprio castello, per poterla rimirare per l’eternità. Qui i servi, stufi di dover accudire la fanciulla morta, iniziano a maltrattarla e a prenderla letteralmente a calci: grazie a uno di questi calci, Biancaneve sputa il pezzo di mela avvelenata e si risveglia.

Cannibalismo, violenza, maltrattamenti e negligenza, che conferivano alle fiabe un’atmosfera degna dei migliori film horror, sono scomparsi nella versione definitiva della raccolta, pubblicata dai fratelli nel 1857, adottata nelle scuole e diventata libro della nazione nel 1871, dopo l’unificazione. Come racconta Camilla Tagliabue in un articolo su Il Fatto quotidiano, i fratelli Grimm si difesero dalle critiche affermando che “tutto ciò che proviene dalla natura non può che essere di giovamento. Non conosciamo libro possente e salutare, primo fra tutti la Bibbia, che non contenga questioni ardue e imbarazzanti”. Ma anche loro, alla fine, dovettero arrendersi alla censura e compiacere il pubblico puritano, riscrivendo le loro favole. È stata questa versione a dare il via a una notevole trasformazione nel panorama della lettura infantile: i bambini diventano per la prima volta protagonisti dei racconti e loro principale pubblico (era poca l’attenzione all’età infantile prima).

Ma il retaggio “primitivo” delle fiabe continua a far discutere, come è avvenuto nel mondo inglese e come raccontato da bbc.com: secondo un sondaggio di qualche anno fa, infatti, un quarto dei genitori intervistati affermava di non voler leggere le fiabe prima del compimento dei 5 anni perché generano nei piccoli interrogativi strani e a cui è difficile rispondere. Le fiabe infatti dovrebbero conciliare il sonno dei bambini, ma le fiabe dei fratelli Grimm hanno tinte troppo scure e storie troppo drammatiche per assolvere a questa funzione.

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Qui di seguito la lista delle fiabe che i genitori sostengono di non voler più leggere ai propri bambini con una breve motivazione:

  1. Hansel e Gretel: la storia dei due bambini abbandonati nel bosco può turbare i bambini piccoli;
  2. Jack e la pianta di fagioli: accusato di essere troppo surreale;
  3. L’uomo di marzapane: è difficile spiegare ai bambini che l’uomo di marzapane viene divorato da una volpe;
  4. Cappuccetto Rosso: è ritenuto ostico dai genitori dover spiegare ai bambini che la nonna viene mangiata da un lupo;
  5. Biancaneve e i sette nani: il termine “nani” è considerato discriminatorio;
  6. Cenerentola: la storia di una ragazzina che fa i lavori di casa è ritenuta ormai antiquata;
  7. Raperonzolo: i genitori sono spaventati dall’impatto che la storia della bambina rapita possa avere sulla fantasia dei propri figli;
  8. La storia di Tremotino: non è il massimo leggere al piccolo storie di rapimenti ed esecuzioni;
  9. Riccioli d’oro e i tre orsi: manda un messaggio sbagliato riguardo al rubare;
  10. La regina delle api: è inappropriato per la presenza di un personaggio che si chiama Sempliciotto.